Leaving from Las Vegas
di Paolo Vites

È scappata lontano dalla sua personale Las Vegas per inseguire un rock'n'roll dream ma alla fine, per Sheryl Crow, questo può aver richiesto un prezzo, sembra, troppo alto. Eppure tutto quello che la ragazza ha sempre chiesto era una cosa sola: "All I wanna do is have some fun". Così cantava nel suo disco d'esordio, quel Tuesday Night Music Club che fu un piccolo miracolo nella scena del rock d'autore dei primi Novanta. Una richiesta che ha ripetuta spesso, nelle sue canzoni, comprese quelle del nuovo disco. In Steve McQueen eccola far capolino ancora una volta: "I wanna rock'n'roll this party, I wanna have some fun". "E lo voglio ancora. Voglio ancora divertirmi", mi dice sorridendo. Eppure il suo splendido sorriso così come i suoi occhi intensi sembrano incapaci di trattenere un velo di profonda tristezza.

Così mi appare Sheryl Crow, nei camerini di Quelli del calcio dove si è appena esibita. Potrei dire che la tristezza è il risultato delle solite domande beote che gli ha appena fatto Gene Gnocchi, ma non credo sia così. Me lo conferma lei stessa appena le chiedo come mai il nuovo disco ha subito tanti ritardi e tanti cancellamenti: "Fondamentalmente perché avevo deciso di smettere di fare questo lavoro. Avevo deciso di smettere con i dischi". Ouch… non è un bel modo per cominciare una intervista. Sheryl Crow potrà avere dei difetti (artisticamente parlando, ma con quello che passa il convento del rock contemporaneo una come lei, e il nuovo disco, probabilmente il suo sforzo migliore in assoluto, lo dimostra, è meglio tenersela stretta…) ma è una donna che non si è mai nascosta e che non ha mai mentito, nelle canzoni e nelle sue prese di posizioni. A costo di venir stroncata dall'intellighenzia della critica. Ad esempio quando il bel disco dal vivo (Live From Central Park) che vedeva una sfilata di super star degne di un remake di Woodstock, è stato accusato di pretenziosità e di incapacità da parte della Crow a reggere il confronto con gli ospiti invitati a duettare con lei.

"Run baby run". La ragazza ha corso molto e spesso ad alta velocità, negli ultimi anni. Da una parte un lifestyle che, probabilmente, quando era una ragazzina, laggiù nel Missouri e ascoltava il suo disco preferito (Let It Bleed degli Stones, nda) e faceva sogni di rock'n'roll non riusciva nemmeno a immaginare: love story con leggende del rock, duetti e ospitate in quasi ogni disco uscito negli ultimi anni (non c'è – quasi – colonna sonora o disco tributo che non la veda presente, segno che produttori e discografici la ritengono indispensabile). Dall'altra tanta solitudine e amarezza: se leggete bene i testi delle sue canzoni (soprattutto quelle del nuovo album) c'è sempre il doloroso rammarico per una relazione finita in malora. In Lucky Kid Sheryl ci va dentro pesante: "Ti voglio sentire urlare pietà / (…) E vederti in ginocchio / Come tu hai fatto con me / (…) Hai rovinato ogni cosa / E adesso sei una tale noia".

A quarant'anni Sheryl forse sente di aver perso definitivamente la possibilità di una relazione stabile. Magari di avere dei figli. Non sono cose da poco, specialmente per una donna. Il sogno di rock'n'roll ha chiesto in cambio qualcosa di troppo grande. Sembra di percepirlo in quel suo sguardo melanconico e soprattutto dal senso di "been there, done that, fucked up" che traspare dalle sue parole. "Lucky Kid", mi dice, "è dedicata a un tale con cui ho avuto una relazione che si è trascinata per alcuni anni… Che sia una questione di kharma", si lascia sfuggire, per poi bloccarsi quasi subito: "Ma insomma è andata così… Ogni tanto, anche in una canzone, fa bene incazzarsi".

Sheryl Crow sembra arrivata a una svolta importante per la sua carriera, ma soprattutto per la sua vita. Donna forte, ultima erede di quella stirpe di ragazzacci in gonnella che ha avuto le sue capostipiti in personaggi come Stevie Nicks ("Stevie Nicks ha creato un nuovo tipo di cantante donna", mi dirà in seguito, "ed è stato con lei che ho cominciato ad apprezzare le donne che fanno musica. Non ho mai sentito alcun tipo di interesse per personaggi come Joni Mitchell, di cui comunque adoro i testi che scrive, sino a che ho scoperto Stevie Nicks. Lei ha inventato quel tipo di cantante femminile un po' maschiaccio, con una forte attitudine country e blues allo stesso tempo"), capace come poche di mettere a nuda se stessa e le sue tormentate relazioni in ogni sua canzone, spargendo con coraggio il dylaniano ‘sangue in ogni solco' dei suoi dischi.

Spesso pagando un caro prezzo, quando la rivista di turno ha cercato di scoprire in tale canzone un riferimento a una love story con Eric Clapton e in un'altra magari con Jakob Dylan:

"Quando scrivo, scrivo senza pensare a chi ascolterà… Scrivo essenzialmente di cose personali, ma cerco sempre di arricchire il tutto con dell'immaginazione, per far sì che la canzone sia più forte, liricamente. Ma, certamente, non è facile fare questo lavoro, specie oggigiorno. La gente vuol sapere ogni cosa e tu cerchi di tenere le cose a un livello discreto, per far sì che la persona di cui stai scrivendo non venga coinvolta pubblicamente. Ma mi è impossibile non scrivere della mia vita…"
.

Così come, sembra, Sheryl Crow è venuta a patti con quell'etichetta (‘"derivativa", "ciò che resta del classic rock"), che fino a ieri aveva cercato di sfuggire: "Questo è un disco di classic rock. Assolutamente. Un vero disco di classic rock. Era ciò che volevo fare. L'ho fatto tenendo a mente tutti i meravigliosi dischi che ascoltavo alla radio negli anni Settanta: Neil Young, Steve Miller, i Fleetwood Mac. Soprattutto quel gran bel rock melodico".

Poi, strizzando l'occhio, aggiunge: "La mia musica migliore deve ancora venire".

Sheryl Crow oggi sa anche essere ironica con se stessa. Ne ho la prova a un certo punto, quando le dico che il brano Soak Up The Sun, in cui appare alla voce Liz Phair, mi ricorda l'incedere tipico di certe canzoni di Liz Phair. Sorride maliziosa, e precisa, scoppiando a ridere: "Beach Boys, piuttosto…". Spiazzato. Altro che Liz Phair, dichiarando così la sua consapevolezza che nei suoi dischi c'è roba presa qua e là in giro per la storia del rock. Umile, Sheryl Crow. Per questo la si apprezza di più, adesso.

"Ero in studio che cercavo di lavorare a un pezzo e continuavo a sentire qualcuno che giocava a basket, là fuori. A un certo punto sono uscita per vedere chi diavolo fosse, ed era lei, Liz, che stava giocando a basket contro il muro delle studio. Insomma… vieni dentro a cantare con me, le dissi… Ci conosciamo da tempo, abbiamo fatto un tour insieme tempo fa".

La sua simpatica accettazione a quello che è la sua musica salta fuori anche quando accenno a quello che è senza dubbio non solo il brano più bello del disco, ma una delle cose migliori mai incise da lei, la title-track C'mon C'mon. Ma anche questa volta mi spiazza: quando le dico quanto mi piaccia quell'attacco di chitarre a dodici corde acustiche ed elettriche, lei dice:

"Già, alla Rod Stewart…".
Uh? Avrei detto Tom Petty, ma va bene così. "È solo un'altra canzoncina che parla di un rapporto…".

Finito male, ovviamente...

Se la lunga schiera di special guest che impreziosisce C'mon C'mon (Lenny Kravitz, Liz Phair, Emmylou Harris, Natalie Maines, Stevie Nicks) alla fine non è poi così rilevante, ad eccezione dello splendido duetto con Don Henley in It's Not Easy e della brillante chitarra di Doyle Bramlhett in un paio di brani, colpisce vedere il nome della simpatica attrice Gwyneth Patrow, alla voce in It's Only Love :

"Siamo ottime amiche, le piace molto la musica e le avevo fatto ascoltare quel brano diverse volte, a casa mia, mentre ci lavoravo. Sa cantare molto bene, così abbiamo inciso questa cosa…".

La bella It's So Easy, scritta con la sorella Mathryn ("Abbiamo scritto sei canzoni insieme, a tutt'oggi") era nata inizialmente per essere data a qualche cantante country che la incidesse: "Ma non avevamo ancora deciso a chi darla. Alla fine mi piaceva così tanto che decisi di inciderla io. Ho chiamato Don Henley (per cui Sheryl, a inizio carriera, faceva da corista, nda) e gli ho chiesto se voleva cantarla con me". Ottima scelta, perché quando attacca la voce di Henley sembra di sentire un classico degli Eagles.

Questo mi introduce al discorso di Sheryl Crow produttrice: non solo per se stessa (come ha fatto anche questa volta e come ha sempre fatto escluso Tuesday Night) ma adesso anche produttrice per altri artisti. Come è stato lavorare con Stevie Nicks per il suo recente disco?

"Molto divertente. Oltre a essere care amiche, è una cantante e un artista di grande talento. Ci abbiamo messo forse troppo tempo, ma ero spesso in tour. Produrre un altro artista è stato poi totalmente diverso dal produrre me stessa. Per C'mon C'mon, ad esempio, ho passato parecchio tempo a lavorare sui nastri. Per un altro artista devi cercare di mantenere il clima, organizzare ogni dettaglio, far sì che le cose vadano in ‘quella' direzione"
.

Negli ultimi anni Sheryl Crow si è guadagnata il soprannome di ‘prezzemolino del rock', perché è praticamente impossibile non trovarla in qualche disco tributo o in qualche colonna sonora:

"Amo Juanita, il brano che ho inciso per il disco tributo a Gram Parsons. È quello che preferisco dei tanti dischi tributo a cui ho partecipato perché cantare con Emmylou è stato bellissimo, per il modo in cui siamo riuscite a unire le nostre armonie vocali. Mi è piaciuto moltissimo anche fare Mother Nature Son per la colonna sonora di I Am Sam. Parlando in generale quello che preferisco dei dischi tributo a cui ho preso parte è senza dubbio quello a Gram Parsons"
.

Prima di salutarla le chiedo di aiutarmi a capire perché non ci sono più uomini, oggigiorno, capaci di fare un gran disco. Completamente sbaragliati dalle donne del rock? Ridacchia:

"No, non credo sia vero che gli uomini non facciano più bei dischi, credo piuttosto che oggi le donne siano più popolari. Ma ci sono ancora dei bei dischi fatti da uomini. L'ultimo di Bob Dylan ad esempio. Oppure Gold di Ryan Adams, che è molto bello. Credo che oggi la gente si sia abituata ad ascoltare donne che sono più confessionali di quanto lo siano mai state, ma credo sia una specie di trend. Se pensi agli anni Settanta c'era gente come Cat Stevens o James Taylor che svolgeva perfettamente quel ruolo. Adesso è il turno delle donne… Tutto qui, credo…".

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Tratto da Jam - Aprile 2002

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