Un Sogno Americano
di Renato Tortarolo

Crow: “Cerco eroi liberi e giusti”

“Steve McQueen? E' lo spirito americano, quello più ribelle. Oggi ci manca un uomo che rappresenti l'America come ha fatto lui”.

Incapsulata nella bellezza da studentessa di buone letture e gusti maschili appropriati, non molto alta, esile ma curvilinea, biondo scuro, jeans e blusetta bianca, Sheryl Crow, 40 anni portati da invidia, lancia il nuovo album C'mon, C'mon in uscita il 5 aprile, preceduto dal singolo Soak Up The Sun.

Rockstar, cantautrice con la chitarra elettrica, nata a Kennett, Missouri, profonda campagna americana, la Crow ha sempre giocato su due tavoli: la vena musicale di album come “Sheryl Crow” ('96) e “The Globe Session” ('98), e l'appeal che porta con sacrosanta pazienza da prima della classe, da bella e irraggiungibile. Ma anche da eccellente interprete della femminilità più complicata. Il brano d'apertura dell'album è dedicato a Steve McQueen.

Sheryl, uomini come lui non ne esistono più?

Non credo, anche se io lo vedo più come una metafora, il segno profondo di uno spirito libero dell'America. Un eroe del nostro tempo, difficilmente rintracciabile nel mio paese.

D'accordo, ma è anche un uomo del passato.

Rimanere affascinati dal mistero di certi uomini fa parte della nostra cultura. Mi ha sempre sorpreso come da noi sia diventato un idolo, molto più che in Europa.

Lei duetta con artisti all'opposto: Emmylou Harris, Don Henley, Liz Phair, Lenny Kravitz...

Alcuni di loro, come Henley ed Emmylou erano i miei idoli da ragazza. In “Steve McQueen” l'omaggio a un altro Steve, il leader della Steve Miller Band: il gruppo che più mi ha influenzato con i Fletwood Mac.

Ma così fa l'elogio del Sogno Americano.

E' l'effetto dell'11 settembre. Prima, eravamo tutti più materialisti. Più concentrati a far soldi. Noi americani siamo molto complessi, non abbiamo il senso dei confini: esistiamo solo noi, e tutto il resto è Cnn. L'attacco ha travolto le nostre sicurezze: famiglia, comunità.

Per restare alla Cnn, lei è stata a “Quelli che il calcio”: che idea s'è fatta della tv italiana?

Curiosa, ho scoperto che da voi il calcio è davvero molto importante, come una seconda fede.

Lei è diventata famosa relativamente tardi.

Forse per questo vedo il successo come un dono. A dire la verità, trovo la stessa magia in qualsiasi esperienza di vita, che cerco di affrontare con tutto il mio bagaglio di saggezza. La popolarità è come un puzzle: c'è il lato artistico, che prediligo, ovvio, e quello manageriale che mi fa restare sul mercato. In ogni modo, considero il tutto una benedizione.

Anche essere bella?

Non ci penso troppo, e mi scoccia un po' che oggi l'aspetto sia così determinante. Lo trovo fuorviante.

E' il tema del suo brano “You're An Original”?

Sì, mi sconcerta la clonazione di tante rockstar: se hai successo, puoi stare sicuro che il mattino dopo ti copiano persino le virgole. E io vorrei evitarlo.

Il rock ha aiutato le donne a essere più consapevoli?

Le donne, negli ultimi cinquant'anni, si sono aiutate da sole. Ma la musica è un buon modo per esprimersi. Io faccio rock, ma quando scrivo penso solo a me stessa.

Che donne ammira?

Quelle che vivono intorno alla sofferenza: come Billie Holiday per il dolore e l'ansia della sua voce, poi la pittrice Rida Kalho; i suoi autoritratti sono introspettivi come tante nostre canzoni. Ma ammiro di più le donne che lavorano nelle fondazioni umanitarie, come quella che si occupa di sclerosi multipla, ad esempio.

Anche lei s'impegna?

Sì, nella ricerca sulla sclerosi, nella campagna sulle mine anti-uomo, nella prevenzione dei tumori al seno. Sono nel “board” dell'Università del Missouri e mi occupo di un orfanotrofio.

Cosa farebbe nella vita, oltre a cantare?

Dei figli. La prossima volta, mi parlerà da mamma.

Tratto da IL SECOLO XIX – 19 Marzo 2002

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